Il sé rappresenta l’unità della psiche che contiene coscienza e inconscio. Jung parla di conquista del sè come momento di grande conflitto interiore, in cui l’individuo si differenzia dall’io razionale recuperando i valori rimossi dall’io, dunque come un ampliamento della coscienza che porta all’autorealizzazione .
“Un burattino muore, nasce un uomo!”
Il Sé è il nostro centro, un qualcosa per noi non conoscibile, che non possiamo definire perché supera la nostra capacità di comprensione. Impossibile travasare il nostro sè in un contenitore di coscienza: “mai il più grande potrà entrare nel più piccolo!”(L.R.). La coscienza è troppo angusta e unilaterale per poter contenere l’universo del sè che parimenti potrebbe essere definito come “Il Dio in noi”
Jung abbandona il pensiero freudiano di conquista del territorio dell’inconscio a beneficio del campo della coscienza dell’io: là dove era l’Es, dovrà essere l’io. La nuova prospettiva voluta da Jung si rappresenta con il Mysterium Coniunctionis, ovvero la congiunzione simbolica e l’integrazione tra le opposte polarità psichiche: “È necessario scoprire il ponte che unisce gli uomini, ma per fare questo bisogna scoprire l’abisso che li separa.” Trascendere gli opposti non significa annullare le differenze, ma rendere la distinzione la fonte sorgiva dell’unione che realizza il ‘divino’ in ogni uomo. 🗝
“La concezione junghiana dell’inconscio non è personalistica, né riducibile a vissuti infantili, più o meno legati a complicanze nella relazione con i genitori; non sovrastima la pur innegabile incidenza di come sia andata con mamma e papà, di come in alcune fasi evolutive possano esser intervenute distorsioni. Si tratta anche di questo, ma non solo di ciò. La concezione di Jung è molto più ampia rispetto a quella di Freud; contempla, come è noto, l’idea di inconscio collettivo. Il vero grande compito che la psicologia analitica ci indica è quello di riallacciare una relazione significativa, intelligente e valida sotto il profilo dell’impegno etico, con l’istinto psichico, con la nostra natura più intima ed evolutiva cui è vincolato il senso del nostro destino.
L’inconscio non è termine antitetico alla coscienza, ci fa capire Jung, ma ne costituisce di fatto la matrice archetipica; vi si rappresentano modalità e dinamiche mediante cui l’istinto psichico collettivo compone la trama interiore della coscienza. Nel Red Book, Jung dà testimonianza diretta di quel che professa negli scritti e ha trasmesso ad allievi e pazienti: la vera impresa cui l’umanità contemporanea è richiamata coincide col compito di ampliare l’idea che comunemente abbiamo di «coscienza», al di là della visone dicotomica
A ciò è devoluta l’opera di Jung che, nel confronto immaginale con terrificanti immagini di diavoli e mostri fa i conti con le ombre costellate dal conscio collettivo in spirito di interazione dialogante frutto di un dialogo tra gli opposti livelli psichici. Allo scopo, Jung focalizzò la propria visione psicologica sulla soglia di mutua e reciproca permeabilità tra i punti di vista di volta in volta emergenti dal conscio e dall’inconscio. Questo insegnamento, oltre a prospettare un ancoraggio solido per la prassi della psicoterapia, incoraggia uno stile di vita. Siamo invitati a situarci nel mezzo, senza più identificarci con il conscio, nel termini ordinari dell’io, né restare affascinati dall’inconscio, con tutti i sottintesi della nostra consueta mentalità. Fare immaginazione attiva si colloca in questo interludio, significa proseguire il sogno arricchendolo di responsabilità desta.
Siamo molto di più che non il nostro io con i suoi problemi da risolvere, siamo espressione di tanti complessi psichici, siamo personalità complesse. Quel che più conta, è la fluidificazione del dialogo tra le varie sfaccettature. Non, dunque, un limitarsi alla pretesa di risolvere i problemi (per quanto sia un’aspirazione irrinunciabile e in qualche modo da onorare), ma suonare (ed ascoltare) il concerto delle nostre complessità.
Aniela Jaffè riferisce di un incontro tra Jung e dei giovani psichiatri che gli ponevano domande sulla psicologia analitica; in ultimo, prima di licenziarli, Jung restò un po’ assorto in silenzio; poi, rivolgendosi a loro, così si espresse:
«Ora che abbiamo creato le basi per una coscienza psicologica, il vero problema sarà imparare ad essere più decentemente inconsci»”.
Stralcio tratto da Federico de Luca Comandini, Babele, Numero Monografico sul Libro Rosso, giugno 2011